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Dispersione scolastica: uscita d’emergenza!

Rebambinoscuolanzi, nella sua tanto contestata riforma: “la buona Scuola”, non poteva non far riferimento all’emergenza della dispersione scolastica. Con dispersione scolastica si intende un fenomeno ampio che racchiude in sé tutti gli elementi che comportano un rallentamento o un’interruzione del percorso formale di studi prima del conseguimento del titolo finale (Morgagni,1998).

Basta guardare i dati per considerare la dispersione scolastica come un problema per il nostro Paese: il  “Dossier sulla dispersione scolastica nella scuola superiore statale” presentato nel giugno 2014 da Tuttoscuola, che ha elaborato i dati raccolti dal MIUR, segnala un tasso pari al 27,9%. Seppur gravi, ma meno negativi, i dati europei: Eurostat segnala che nel 2013 il tasso di dispersione in Italia è del 17%.

Cosa spinge i ragazzi ad “utilizzare l’uscita d’emergenza dalla scuola”? Questa riflessione non riguarda solo il mondo scolastico ma anche quello della psicologia. Lo psicologo, insieme al docente, è una figura importante per valutare la complessità delle variabili in gioco e possiede gli strumenti necessari per aiutare e sostenere chi è in difficoltà: il ragazzo, la famiglia, la scuola, il contesto sociale. Variabili che possono essere individuali, come, ad esempio, difficoltà legate ad affrontare i compiti di apprendimento, dovute a scarsa motivazione o interesse; oppure variabili socio-culturali, come una condizione di disagio socio-economico della famiglia d’origine, oppure  una difficoltà di interazione tra il soggetto e il gruppo dei pari.

Come contrastare questo fenomeno? Questa è una delle domande alla base della tanto discussa “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione” approvata dal Senato lo scorso 25 Giugno e che sarà discussa alla Camera il 7 luglio. Questo disegno di legge fa della dispersione scolastica una questione di merito e di connessione scuola-lavoro. Per poter evitare la perdita di una consistente parte degli studenti italiani è necessario unire gli scopi e i metodi propri della scuola con il mondo del lavoro.

Ma come possiamo attuare questa proposta? Basta incrementare le ore di stage aziendale per gli studenti?

Poniamoci su un altro piano, meno operativo e più riflessivo. Forse potrebbe essere utile dimostrare ai ragazzi, soprattutto a coloro che soffrono maggiormente per un’offerta formativa che non sempre risponde alle loro attese di discipline pratiche, che tutto il Paese crede nelle loro capacità e in quello che sono in grado di progettare con le proprie mani. Non si intendeva forse questo quando si è pensato ad affiancare il “saper” al “saper fare”, partendo dalla nascita di laboratori e all’alternanza di scuola-lavoro per almeno 400 ore negli istituti tecnici e nei professionali e per almeno 200 ore complessive nei licei?

Sarà questa la strada giusta per abbassare il tasso di dispersione al 10% entro il 2020, come auspicato nel programma europeo “Europa 2020”? In tutta la penisola sono già attivi  progetti e attività, promossi sia dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR) che da Onlus, ma ritengo che, per poter raggiungere gli obiettivi fissati dall’Europa, l’Italia ha molta strada ancora da percorrere. Infine, bisogna ricordarsi, che le difficoltà di un singolo ragazzo che determinano l’abbandono della scuola sono le difficoltà di tutto il Paese, perché un Paese che non sostiene i giovani è un Paese che non cresce.

Dottoressa Jessica Tomasetta, Tirocinante in Psicologia

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