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Separazione e suicidio. Dalla depressione al legame: opportunità di una diagnosi del contesto.

 

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Dopo la separazione dal marito, il suicidio di una  giovane madre napoletana con il figlio di 2 anni. Secondo la ricostruzione degli investigatori, soffriva di una depressione post separazione e già più volte aveva manifestato all’ex marito la volontà di suicidarsi. C’è dolore, ma non stupore nell’opinione pubblica, che giorno dopo giorno impara dalla cronaca che la depressione è la panacea di tutti i moventi suicidari post separazione: la persona, sola, con la sua depressione, ed intorno… il vuoto.

Poniamo pure che  la separazione è la “causa” di questa tragedia. Possiamo dare un senso differente all’evento a seconda delle categorie psicologiche che utilizziamo per leggerlo: se le lenti che indossiamo sono monofocali e rivolte alla testa delle persone, allora non ci resta che  ipotizzare che la donna era una depressa, o che lo fosse diventata in risposta  alla separazione, vissuta come un vero e proprio lutto.

Ma forse come psicologi potremmo incominciare a distogliere il nostro interesse dai livelli di serotonina che troviamo nella testa delle persone, ed  interrogarci su cosa le persone hanno intorno a loro. Se di vuoto si parla, ammettiamolo: è prima di tutto un vuoto di domande sul contesto di insorgenza dei fenomeni!

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Chi era Anna Esposito? Chi è stato suo marito? Come si sono scelti? Come si sono lasciati? Quali le tinte affettive della loro storia di coppia e familiare? Cosa li ha uniti? Come è cambiato il loro legame nel tempo? Come hanno reagito le rispettive famiglie d’origine alla separazione? C’è stato un “terzo incomodo” in questa coppia? Come è organizzata la rete sociale del loro contesto di vita, prima durante e dopo la separazione? Quale il senso di un messaggio di morte preannunciato all’ex marito?…

Questa prospettiva ci informerebbe, ad esempio, del senso che queste persone hanno dato alla loro unione, alla funzione che la relazione di coppia ha avuto per ciascuno di loro e per chi, direttamente ed indirettamente, ha fatto parte della costellazione dei loro rapporti. Ci consentirebbe, ad esempio, di scoprire che quello che genericamente chiamiamo “depressione”, assume un senso specifico, soggettivo, contestuale.

Se il matrimonio è un contratto, dove firme congiunte ne definiscono l’inizio e la cessione, le dinamiche affettive su cui costruiamo  il legame con l’altro, necessitano di tempi e processi,  differenti da quelli delle aule di tribunale,  per essere “modificati” nella forma e nella sostanza.  Inoltre, diversamente da quanto accade sul versante giudiziale, dove la tutela della persona si realizza attraverso misure che “per diritto” garantiscono gli ex-coniugi ed i figli, sul piano psicologico dei processi affettivi, registriamo una mancanza di un sistema culturale e sociale che possa sostenere la coppia  nella sua crisi, tutelandone gli aspetti emozionali.

C’è bisogno di sviluppare un sistema di cura che metta in conto, ad esempio, che i tempi e le modalità della “separazione psicologica” sono spesso differenti tra i due partner, e ciò non solo perchè  si tratta di due soggettività distinte, ma anche in ragione di variabili relazionali e contestuali che organizzano i processi psicologici tra le persone secondo logiche differenti da quelle solipsistiche  che possono indurre l’inganno di un mondo divisibile tra “persone  sane” e “persone  insane”, dove, magari, le prime curano le seconde.

 dr.ssa Anna Cannata

 

7 Responses

  1. Francesca Postiglione

    Mi sento di ringraziarla per questo articolo, che fa molto riflettere. Purtroppo mi rendo conto ogni giorno di più come la cultura psicologica fatichi a farsi strada in un contesto come quello della nostra città, ma direi anche a livello nazionale. I mass media contribuiscono ad attribuire alla psicologia caratteristiche che non avvicinano l’utenza, bensì allontanano, scoraggiando la richiesta d’aiuto: chiedere aiuto significa “essere malati”; la figura dell’esperto diventa una specie di inquisitore, spogliato completamente delle sue competenze circa la comprensione, tramite la relazione, del disagio individuale e la sua “risignificazione” attraverso categorie nuove. La cronaca ci bombarda di casi di omicidio, suicidio; è davvero importante porsi delle domande circa questo fenomeno e circa la prevenzione, ad esempio come facilitare la richiesta d’aiuto psicologico in coppie che affrontano la separazione: la risposta a questa domanda sarebbe sicuramente un modo valido per affrontare i cambiamenti sociali ( in particolare, il cambiamento che investe l’istituzione della famiglia) che si fanno strada ormai da anni e anni.

    1. Gentile Francesca,
      grazie a lei per il suo commento, per le riflessioni che ha condiviso e per le domande che ha posto. Spero con questo mio commento di contribuire alla discussione intorno alle possibilità di intervento della psicologia in questo ambito. Il posto che la nostra professione occupa nei processi di separazione coniugale, ad oggi, forse in particolare a Napoli dove la tradizione giurista è molto radicata, a mio modo di vedere, è essenzialmente ancillare. Quando una coppia arriva alla separazione, nella maggior parte dei casi bussa alla pota di uno/due avvocati -se tutto va bene!-. Gli avvocati sono frequentemente i committenti o gli invianti degli psicologi: nel caso in cui sono committenti, la loro richiesta è essenzialmente quella di svolgere un lavoro peritale, di valutazione (CTP); nel secondo caso, invece, ci stanno inviando il cliente per un intervento clinico /di mediazione, perchè “non sta bene psicologiacmente” – questo accade, però, solo quando l’avvocato è un professionista competente e conosce i confini della pertinenza del suo lavoro-.
      Come è evidente, entrambi gli scenari hanno ben poco della prevenzione, il cui processo potrebbe partire in un tempo antecedente- e ad un livello culturale più ampio- all’incontro con l’avvocato.
      Ma lasciamo invariata la punteggiatura. La coppia vuole separarsi e va dall’avvocato: possiamo pensare in questo medesimo contesto ad una funzione di prevenzione della psicologia, una posizione “emancipata” dal potere del diritto? Questa domanda ci pone una sfida culturale: ci chiede di pensare ad un modello di intervento innovativo, multiprofessionale o -grande ambizione!- integrato, tutto da sviluppare.
      Una bella sfida, una sfida che accogliamo? Personalmente, ci sto provando.

  2. Ludovica

    Gentile Dr.ssa,
    mi è piaciuto molto il suo articolo su una tematica che mi tocca da vicino. Ho 34 anni e sono una donna separata: dopo soli due anni di matrimonio, lui ha capito che non era la persona giusta per me ed è andato via a lavorare all’estero, lasciandomi casa, mobili e cane. Io sono rimasta sola con il mio lavoro da impiegata in banca. Vivo in un piccolo paese dell’ Irpinia, dove tutti sanno tutto di tutti, come una sorta di “Novella 2000” collettiva. Credo che questo è uno dei casi in cui quella che chiama “diagnosi del contesto” fa la differenza. Nel mio caso non ho il vuoto intorno, anzi ho un pieno di chiacchiere e pettegolezzi, dove passo da sciocca a vittima a seconda dei casi: per la mia famiglia sono la vittima, per la sua famiglia, sono “una che non si è saputa tenere il marito vicino”. Questo chiacchiericcio intorno mi fa molto male, quasi più della separazione. Perchè penso, in fondo, che lui avesse ragione sul fatto che non stavamo bene insieme e seppure ho vissuto un periodo di “depressione” per la fine della nostra storia, credo che lui abbia avuto più coraggio di me a metterci un punto. Però lui se ne è andato e io sono rimasta in questo covo di vipere. La cosa che mi fa più male è che non so cosa fare, cioè mi sento spiazzata e non so da dove partire per ripartire con la mia vita. Da dove riparto?

    1. Anna Cannata

      Gentile Ludovica,
      grazie per la generosità con cui racconta la sua storia, di cui mi colpisce molto lo stile narrativo, oltre i contenuti della sue vicende esperienze di coppia e familiari. In questa sede, in questo spazio blog, mi sembra più opportuno dare rilievo al livello narrativo, alla forma discorsiva che ha scelto per condividere la sua esperienza. Lei si fa domande. E questa è cosa tutt’altro che scontata in un contesto che agli interrogativi preferisce etichettamenti e pregiudizi. La domanda è apertura, è onestà, è coraggio.
      Chi fa delle attribuzioni sulla base di “verità” , tali o presunte, vive in un eterno presente di solitudine, senza prospettive.
      Chi si fa domande, forse non sa nulla, ma ha tutto da scoprire. Che ne dice di ripartire da qui?
      Buon viaggio!

  3. Gentile dottoressa Cannata,
    sono rimasto positivamente colpito dall’articolo, e sicuramente in futuro cercherò di leggere più spesso il vostro blog.
    In ogni caso, dalla lettura, e dalla conseguente riflessione, mi sono sorti dei dubbi che difficilmente avrei preso in considerazione, se non avessi letto il suo articolo: secondo lei, i procedimenti giuridici, che prendono avvio nel momento in cui due coniugi decidono di separarsi, dovrebbero essere seguiti da un percorso di sostegno psicologico? O forse il percorso di “cura” dovrebbe accompagnare entrambi i coniugi per tutta la durata della separazione, dall’inizio alla fine? E, in questo caso, secondo lei, un percorso di sostegno psicologico obbligatorio, come verrebbe recepito in una società come la nostra, in cui si fatica ancora oggi a dare il giusto peso alla psicologia?
    Grazie per la possibilità di riflessione.

    Un suo ammiratore di vecchia data.

    1. Anna Cannata

      Gentile Castrese,
      ben ritrovato e grazie per i suoi apprezzamenti. Le sue riflessioni e quesiti mi danno la possibilità di mettere in luce un ulteriore elemento che caratterizza nella pratica il lavoro degli psicologi in ambito giuridico, con particolare riferimento al contesto di famiglia e minorile. L’obbligatorietà. Moltissimi interventi psicologici pubblici e privati sono organizzati , direttamente ed indirettamente, da disposizioni del tribunale che sancisce un’obbligatorietà dell’offerta di servizi psicologici territoriali -su cui si regge il sistema del Servizio Sanitario Nazionale- e l’obbligatorietà dell’utente di “sottostare” alle disposizioni del giudice. La “reazione” delle persone che -loro malgrado- fanno questa esperienza, almeno limitatamente alla mia esperienza professionale, non sempre va nella direzione di quel cambiamento culturale di riconoscimento del valore e dell’utilità degli interventi psicologici che tutti si augurano, ma ben pochi perseguono. Anzi, la prova che tale cambiamento non sia facilitato dall’obbligatorietà dei servizi è testimoniato dal fatto stesso che tale obbligatorietà sussiste e persiste.
      Ad oggi, dobbiamo ammettere che abbiamo necessità dell’obbligatorietà dei servizi, in particolare per i casi di violenza e quando si tratta di minori.
      La motivazione a rivolgersi dallo psicologo, in particolare in questi casi, non è una premessa, ma una conquista da costruire, “protetti” dall’egida dell’obbligo.

      Un caro saluto e ancora grazie.

  4. Jessica Tomasetta

    Sebbene ci troviamo in una “fase storica” in cui separazioni e divorzi contano numeri importanti, il contesto sociale, come ben sottolineato nell’articolo, non è ancora pronto ad accogliere e sostenere psicologicamente i coniugi in difficoltà. è più semplice parlare di “divorzio legale”, con tutti gli aspetti giuridici connessi, che di “divorzio psichico”, la fase più drammatica per un marito o una moglie che ha SUBìTO la separazione, che non riesce ad elaborare il fallimento del suo matrimonio, che non riesce a trovare fiducia nelle proprie capacità e quindi non riesce a progettare un nuova vita che non tiene più in considerazione l’altro, che nonostante tutto ancora considera come una parte importante di se. Mentre il tempo necessario per il passaggio dalla separazione al divorzio legale è di 3 anni, non esiste un tempo prestabilito in cui un coniuge riesce ad appropriarsi della propria indipendenza, autonomia, identità; il senso di insicurezza ed estrema fragilità emotiva è grande, ma chi se ne occupa? o meglio chi si preoccupa?…e ancora chi si preoccupa dei figli che vivono la separazione dei genitori? Spesso i genitori riescono a sotterrare l’ascia di guerra per il benessere dei figli, anzi talvolta la separazione può essere anche positiva nei casi in cui i conflitti erano molto forti, ma non sempre è così. Spesso si confonde il ruolo di interlocutore del figlio, cioè il dover spiegare il cambiamento delle relazioni familiari con il ruolo di confidente. In tal caso si assiste ad una “genitorializzazione” del figlio, un figlio che protegge, consola e sostiene il genitore in difficoltà reprimendo la propria personalità, problemi e desideri…è giusto che un figlio diventi il partner ideale di un genitore insicuro e fragile?

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