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Stalking: legame che strozza

Stalking è  un termine inglese diffusissimo, dalla cronaca alla letteratura scientifica,  usato per indicare un fenomeno sociale in cui una persona -più frequentemente una donna– viene perseguitata e “braccata” da un’altra persona – più frequentemente un uomo– a lei interessata, producendo conseguenze, a volte gravissime, per la salute della persona perseguitata.

In Italia 3 milioni 466 mila donne sono state perseguitate almeno una volta nella vita e di queste, 1 milione 524 mila dall’ex partner.

L’immagine più  diffusa della complessa dinamica relazionale tra lo stalker  e persona oggetto delle sue attenzioni è quella del carnefice e della vittima. Un’immagine efficace e coerente con le misure di tutela che, dal 2009  anche l’Italia, come il resto d’Europa, ha stabilito per chi cade preda degli stalker, avendo valutato con accuratezza le gravi implicazioni criminose connesse al fenomeno.  Particolarmente interessanti sono due forme di tutela introdotte dalla legge, ossia protezione ed anonimato per chi denuncia e collabora, e irrevocabilità della querela nel caso di gravi minacce.

Entrambe queste misure hanno lo scopo di favorire la denuncia degli atti di stalking e garantire l’effettiva  perseguibilità penale dello stalker, intervenendo dunque,  “sulla vittima” per poi, di conseguenza, agire sul “carnefice”. In questo senso la legge -che secondo il Governo sta producendo buoni risultati–  si pone come una strategia di contrasto ad un fenomeno che potremmo definire “resistenza alla denuncia” che affonda le sue radici in una dinamica relazionale, psicologica, tra “carnefice e vittima”.

Come mai è così difficile denunciare lo stalker?

Per ragioni di diversa natura. In primo luogo perché, come per tutti i casi di denuncia penale, c’è il timore di ritorsioni dirette e trasversali e, anche in questo caso, sussistendo la presunzione di innocenza, alla denuncia fa seguito un iter giudiziale in alcuni casi molto doloroso e faticoso da sostenere.

Nello specifico dello stalking, l’identità del persecutore costituisce un potenziale ostacolo alla denuncia. Spesso si tratta, infatti, di ex partner, di una persona con cui si è costruito un legame affettivo significativo. Troncare un rapporto è cosa ben diversa dall’ elaborare la trasformazione  del legame, accettando, ad esempio, che in alcuni casi la fine della storia sancisce anche la fine del legame. Questo è evidentemente problematico  per lo stalker che, di fatto, non cogliendo l’evidenza della fine del rapporto non ha alcuna possibilità di accedere a livelli di elaborazione psicologica e, anzi, impiega tutte le sue energie  nel tentativo di negare la realtà dei fatti, perpetrando atti di persecuzione e molestia, quando non  vere e proprie violenze e torture, fino all’uccisione del suo “oggetto d’amore” di cui, paradossalmente, non riesce a liberarsi.

Anche per la vittima  può essere difficile prendere atto della forma perversa del legame con lo stalker, prima di tutto perché, sussistendo un legame affettivo pregresso, non è facile cogliere l’intento violento e la carica distruttiva  delle attenzioni dello stalker.

La molestia  è scambiata per  interesse,  la persecuzione per desiderio, la violenza per passione.

Prima di riconoscersi come tale, la vittima, attraversa una gamma di emozioni di “appagamento narcisistico” in cui avverte di essere fortemente desiderata, di contare moltissimo –troppo- per un’altra persona, di essere indispensabile per la sua sopravvivenza. Come evidenziato da quegli studi scientifici che approfondiscono le tipologie di stalker prendendo in considerazione anche le caratteristiche personologiche degli stalker (Mullen et al. 1999; 2001; 2009) e delle vittime (Pietro, 2012 Riso, 2009), in caso di pregresso legame significativo, lo stalker  si presenta come un uomo da salvare a cui essere devote, compatibile con un profilo di personalità patologico. Di contro, la vittima presenta inclinazioni all’accudimento e alla cura e non di rado svolge una professione di aiuto (Acquadro Maran et al., 2010). Pagando un prezzo altissimo, senza averne intenzionalità né consapevolezza,  la vittima è confinata in una gabbia dalle sbarre apparentemente dorate.

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Stando alle caratteristiche personologiche, l’incastro relazionale è garantito, fino a che l’equilibrio non viene sconvolto dalla qualità del legame che da idillio “salvatrice-bisognoso” degenera in forme perverse e, non di rado,  sfocia nella psicopatologia grave (Mullen  et al.2009).

Non è facile per la vittima  riconosce la distruttività del legame e, quando questo avviene, la denuncia non è certo il passo più scontato da fare. Costretta a vivere in un perenne stato di paura e ansia correlata, la vittima è preda di sensi di colpa che originano dalla convinzione  –distorta- di aver in qualche modo “istigato” il suo persecutore, anche per il solo fatto di essersene innamorata, un tempo (Mascia e Oddi, 2006). In un gioco di crudele perversione, la vittima ha necessità di ricostruire un senso, apparentemente plausibile, alla collusione con il suo carnefice e, spesso, accollarsi le “colpe” della degenerazione dell’amore nella violenza è, paradossalmente, la soluzione più vantaggiosa.

A complicare la posizione della vittima sono le possibili implicazioni psicopatologiche – in cui fanno da padrone ansia, depressione ed  ipervigilanza, alla stregua di una sindrome  traumatica (Oliverio Ferraris, 1999), nonché le conseguenti limitazioni sociali e condizioni di isolamento che la vittima, nel tentativo di sottrarsi alle aggressioni dello stalker,  impone alla sua quotidianità.

Appare evidente la necessità di accompagnare la vittima lungo un processo elaborativo della sua condizione, affinchè le opportune tutele legislative siano effettivamente accessibili.

Quando, come nel caso dello stalking, l’odio è confuso con l’amore, la denuncia non è mai un’azione scontata, ma piuttosto è una conquista evolutiva in cui le emozioni ed i sentimenti iniziano ad essere definiti e la vittima assume progressivamente  il “potere di non essere più vittima” perché  recide, sul piano dello psichico e poi per mezzo della legge, un legame doloroso, di cui, vuole far a meno.

Il supporto psicologico per le vittime di stalking mira, dunque, a fornire in primis un luogo sicuro che possa ridurre il senso di  solitudine ed alleviare lo stato di terrore conseguente all’attività persecutoria costante cui sono sottoposte.  In molti casi può essere prezioso il coinvolgimento dei familiari e l’attivazione di contesti di gruppo da affiancare ad interventi individuali,  a sostegno delle risorse dell’individuo nel faticoso lavoro di elaborazione del legame con lo stalker, premessa necessaria per l’individuazione  e la messa in essere di strategie di protezione e difesa sociale e legale.

dr.ssa Anna Cannata Psicologa

 

 

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